LOGO

Dott.ssa Arianna Michi

Via Guido Rossa 22/B

51013 Chiesina Uzzanese (PT)

Tel. 3316216890


facebook
twitter
linkedin
youtube
instagram

FormHeart Formazione per l'emergenza sanitaria

© 2020 by FormHeart

"Persone” prima che pazienti. Come entrare in relazione con la persona soccorsa.

2020-06-22 20:27

Dott.ssa Arianna Michi

Primo Soccorso, BLSD, PBLSD, BLSD PISTOIA, BLSD MONTECATINI TERME, BLSD MONSUMMANO TERME, BLSD EMPOLI, BLSD LUCCA, BLSD PISA, BLSD MASSA CARRARA, BLSD PRATO, BLSD CHIESINA UZZANESE, BLSD PESCIA, BLSD AGLIANA, BLSD QUARRATA, BLSD MONTALE, ODONTOIATRI, BLSD FIRENZE, BLSD LAICO, FORMAZIONE AZIENDALE, PRIMO SOCCORSO, BLSD PALESTRE, BLSD Società sportive, BLSD PROVIDER, RCP, www.ariannamichi.com, RIANIMAZIONE CARDIO POLMONARE, BLS PROVIDER, COMUNICAZIONE, RELAZIONE D'AIUTO, MITTENTE, RICEVENTE, MESSAGGIO, PSICOLOGIA DELL'EMERGENZA, PSICOLOGO, MEDICO, INFERMIERE, OSTETRICA, FISIOTERAPISTA, ACLS, ECM, FAD, ACLS PROVIDER,

"Persone” prima che pazienti. Come entrare in relazione con la persona soccorsa.

Persone prima che pazienti. Come entrare in relazione con la persona soccorsa. Concetti base di comunicazione efficace e di relazione d'aiuto.

Concetto base che deve essere presente nel bagaglio di ogni soccorritore è la necessità di imparare a riconoscere la “persona” che c’è dietro a ogni paziente. Proprio per questo non sono importanti solamente le conoscenze teorico-pratiche da mettere in atto in modo protocollare, ma anche un saper interagire la persona che ci si presenta davanti.

comunicazione-1592845461.jpg

Non è fondamentale solo il “saper fare”, ma anche “il saper essere”, pertanto capacità comunicative e relazionali sono aspetti sui quali è doveroso riflettere affinché una “semplice” azione di soccorso divenga un’ottima serie di azioni di soccorso. Instaurare una relazione positiva con la persona soccorsa vuol dire contribuire in maniera fondamentale alla creazione di un clima accogliente e favorevole per tutti.

Adesso parliamo dei concetti base sui quali focalizzare la nostra attenzione.

soccorsoecomunicazione-1592845636.png

Comunicazione e relazione d’aiuto

Il processo relazionale si instaura grazie ad alcune variabili:

  • le caratteristiche personali della persona soccorsa (condizioni fisiche, deficit sensoriali, bisogni fisiologici, emotività, età, cultura)
  • il contesto in cui ci si trova ad agire (condizioni ambientali, rumore, illuminazione, sicurezza del luogo, tempo a disposizione)
  • le parole utilizzate
  • il tono della voce
  • la postura
  • l’abbigliamento.
processorelazionale-1592845832.png

Si comprende da questo schema quanto sia complicato e articolato il processo relazionale con la persona soccorsa, ecco perché occorre utilizzare al meglio le proprie capacità emotive e comunicative per potersi avvicinare a chi sta soffrendo. Pertanto, è importante possedere qualche conoscenza di base sulla propria ed altrui comunicazione.

La comunicazione 

Comunicare significa “mettere in comune”, condividere. I nostri modi di comunicare sono alla base della vita di tutti i giorni; anche quando ci sembra di non comunicare niente, in realtà stiamo comunque inviando dei messaggi non verbali ad altre persone. Emerge da quanto detto un importante concetto di comunicazione attraverso un linguaggio corporeo.

comunicazione-1592849474.png

La comunicazione verbale viene attuata per mezzo della parola parlata. Il linguaggio diviene un mezzo per instaurare un contatto con la persona con cui stiamo dialogando e con la quale possiamo condividere concetti, sentimenti e pensieri.

La comunicazione non verbale si realizza con i movimenti corporei, ovvero espressioni e gestualità, la distanza interpersonale, l’abbigliamento e il trucco: questa a primo impatto sembra più complicata da interpretare, ma in realtà è più chiara rispetto a quella verbale. Tutti comprendiamo che il picchiettare freneticamente le dita sul tavolo è sinonimo di nervosismo e che è molto più difficile capirlo da un semplice dialogo esclusivamente verbale. La comunicazione raggiunge il nostro interlocutore nelle seguenti percentuali:

  • 7% parole
  •  38% tono della voce
  • 55% linguaggio corporeo

Poniamo adesso la nostra attenzione sugli elementi per mezzo dei quali si realizza il processo di comunicazione.

Ogni comunicazione è un processo circolare dove ad ogni azione comunicativa corrisponde una precisa reazione comunicativa detta “feedback”.

Sono vari gli elementi che regolano questo scambio di informazioni:

  • Emittente: colui che invia il messaggio
  • Ricevente: il ricevente del messaggio, colui che lo decodifica e eventualmente invia un nuovo messaggio
  • Messaggio: tutto ciò che viene comunicato al ricevente
  • Canale: mezzo attraverso il quale il messaggio viene inviato (voce, postura, gestualità del corpo e del viso).

 

MITTENTE ↔ MESSAGGIO ↔ CANALE ↔ DESTINATARIO

DESTINATARIO ↔ MESSAGGIO ↔ CANALE ↔ MITTENTE

È impossibile non comunicare, difatti anche il silenzio può essere una forma di comunicazione. Non esiste qualcosa che non sia un atteggiamento comunicativo. Ogni messaggio ha un aspetto legato al contenuto (ciò che si dice, parole) e un aspetto legato alla relazione (ciò che si fa, gesti).

 

“Comunicare”, ovvero entrare in relazione

La relazione alla quale porremo una maggiore attenzione è la “relazione d’aiuto”, nonché lo scambio comunicativo che si instaura tra soccorritore e assistito. Obiettivo principale che si pone questa tipologia di comunicazione è mettere la persona più nella maggiore condizione di benessere.

Ciò può essere ottenuto attraverso tre fasi successive:

  • Favorire la circolarità delle informazioni: ottenere più notizie possibili sullo stato psico-fisico, senza essere troppo invadenti sul piano personale, aiuterà il soccorritore ad entrare più facilmente in relazione con la persona assistita; a sua volta il volontario avrà il compito di fornire, chiaramente e tranquillamente, quelle informazioni che possono ridurre le ansie che sta vivendo il paziente.
  • Comprendere lo status emotivo: è fondamentale capire quello della persona soccorsa e riuscire a cogliere il proprio per frenare le sue emozioni e le sue ansie più grandi.
  • Entrare in relazione empatica: per empatia s’intende “mettersi nei panni dell’altro”, riuscire a sentire dentro di sé lo stato d’animo dell’assistito e comunicargli che lo si comprende.
  • Per raggiungere questi obiettivi e quindi essere in grado di dare l’aiuto più adeguato all’interlocutore è utile conoscere alcune tecniche comunicative efficaci, come ad esempio:
  • Individuare e utilizzare il livello di linguaggio dell’assistito: il linguaggio del soccorritore deve essere il più possibile vicino e comprensibile a quello della persona soccorsa (bambini, adolescenti, adulti, anziani, stranieri...);
  • Ascolto attivo: con la comunicazione non verbale e i commenti di risposta il soccorritore mostra un reale interesse a ciò che l’assistito sta dicendo;
  • Osservazione partecipata: tenere, ad esempio, la mano della persona soccorsa è un gesto che comunica comprensione e partecipazione a ciò che sta accadendo;
  • Rispettare il silenzio: capire il silenzio di chi sta soffrendo non è un inutile spreco di tempo, bensì un chiaro esempio di empatia e di consapevolezza di ciò che vuole l’altro;
  • Fare domande appropriate: “Posso metterle un cuscino sotto la testa?”, “Ha freddo? Vuole che le metta una coperta?” etc…;
  • Capire il non verbale: è l’unico mezzo per entrare in relazione con le persone in silenzio;
  • Rispondere in modo chiaro e corretto alle domande poste dall’assistito, dimostrando massima disponibilità.

 

Come esistono tecniche comunicative efficaci, vi sono anche altre azioni che ogni soccorritore dovrebbe evitare. Non si deve:

  • Parlare per parlare: succede qualora non si sappia tollerare un eventuale silenzio e crea solo disagio e confusione.
  • Giudicare quando non è richiesto: il soccorritore non deve dire cosa è giusto o cosa è sbagliato, deve fare in modo che il suo interlocutore si senta accettato per quello che è.
  • Mostrare disinteresse e/o fastidio: tenere sempre presente che la persona soccorsa non si è fatta male volutamente per disturbarci.
  • Minimizzare i sentimenti espressi: “Ma perché urla? È pazzo?”, “Smetta di piangere, non risolve niente”, sono interventi da evitare perché fanno sentire la persona soccorsa non accolta facendola sentire in disagio.
  • Esplicare le proprie paure: frasi come “Non so proprio come aiutarla!”, non fanno altro che provocare un maggior malessere nella persona soccorsa.
  • Mostrare atteggiamenti di chiusura: non guardare mai l’interlocutore, stargli in distanza, sono comportamenti che aumentano la paura e il senso di solitudine.
  • Cambiare argomento: mostra scarso rispetto e interesse per chi ci sta di fronte.
  • Mandare messaggi incongruenti: dire ad una mamma che il suo bambino è molto bello e poi non curarsi minimamente di lui, può generare confusione e ostilità.

Queste tecniche, necessarie alla gestione della relazione, devono andare incontro ai bisogni della persona soccorsa (fisiologici, di rassicurazione, di stima e rispetto, d’amore e di autonomia) e naturalmente il soccorritore deve adoperarsi affinché i suoi atteggiamenti e comportamenti siano adeguati a contenere le ansie della persona bisognosa di aiuto.

 

Il soccorritore dovrebbe sempre:

  • Comunicare in modo efficace presentandosi (nome e qualifica) e prendendo coscienza del proprio linguaggio non verbale.
  • Non avere pregiudizi ed evitare qualsiasi giudizio.
  • Spiegare sempre le manovre (cosa si sta facendo e perché)
  • Comprendere la sofferenza
  • Mantenere la calma
  • Agire eticamente rispettando la privacy dell’altro (coprire la nudità, non fissare lo sguardo su parti intime o mutilate) e il segreto professionale.

 

“Spesso siamo valutati per il modo in cui ci relazioniamo con l’assistito e non per le nostre capacità tecniche…”

 

Casistiche particolari: relazione con assistito alcolista, tossicodipendente e il paziente psichiatrico.

Spesso il soccorritore può imbattersi in situazioni particolarmente delicate che richiedono più di altre efficaci capacità comunicative e relazionali. Situazioni particolari sono quelle in cui ci si trova di fronte un assistito definito “difficile”. I pazienti difficili sono coloro che ci fanno sentire frustrati, inetti, a disagio, una persona i cui comportamenti causano difficoltà agli altri. In queste occasioni, il fattore più importante da ricordare è che non si può controllare il comportamento degli altri, ma imparando a pilotare i propri comportamenti possiamo influenzarli in modo costruttivo.

Il tossicodipendente, l’alcolista, il paziente psichiatrico, a causa dell’abuso di sostanze o per determinate patologie, sviluppano disturbi comportamentali che si possono manifestare attraverso:

  • Violenza e aggressività
  • Non collaborazione/chiusura in se stessi

Il soccorritore può essere molto condizionato da questi comportamenti, proprio per questo motivo può succedere di:

  • Non essere in grado di mantenere la calma
  • Reagire in maniera scorretta
  • Non compiere in modo adeguato il proprio lavoro
  • Essere vittima di manipolazione
  • Sentirsi in colpa, ansioso, frustrato, disturbato

Per evitare l’instaurarsi di processi relazionali negativi, il soccorritore deve mantenere un atteggiamento professionale e rispettoso nei confronti dell’assistito, anche nel caso in cui prevalgano atteggiamenti aggressivi e di chiusura in se stessi. Possibilmente è necessario cercare un rapporto verbale e diretto con il paziente, al fine di comprendere l’offerta di aiuto, senza mentire o utilizzare espressioni poco chiare e fraintendibili. Deve mostrare sicurezza ma non aggressività e non rispondere agli insulti, ma soprattutto non deve mai dimenticare di operare in sicurezza, la collaborazione con il proprio team e il buon senso.


Cenni di psicologia dell’emergenza

psicologia-1592850362.png
 

È il ricevente del messaggio che viene comunicato, nonché il soccorritore stesso, che subisce effetti positivi e negativi relativi al processo comunicativo. È proprio per questo motivo che può imbattersi in importanti processi di destabilizzazione emozionale in particolari servizi che necessitano un maggior impegno psico-fisico e/o una grande carica emozionale. Eventi come quelli sottoelencati, infatti, possono sottoporlo a un forte stress psicologico:

  • Neonati e bambini
  • Vittime di incidenti stradali o catastrofi naturali
  • Persone gravemente ferite
  • Amici o componenti familiari
  • Assistere a uno o più decessi durante un’unica missione
 

 

    Quando accadono questi eventi il soccorritore è il primo ad intervenire e di conseguenza anche il primo a sperimentare svariati sentimenti come angoscia, impotenza, ansia, disperazione. Essere cosciente delle proprie reazioni e imparare a gestire lo stress derivante dagli interventi di soccorso, può essere utile al volontario e alla squadra affinché tutti i componenti possano relazionarsi al meglio. La psicologia dell’emergenza tratta di un particolare ambito di studio che ha lo scopo di salvaguardare l’equilibrio psichico delle vittime, dei familiari e dei soccorritori che hanno assistito a eventi traumatici e aiuta a comprendere le svariate reazioni che può avere il soccorritore durante un soccorso; ecco qua le varie fasi che la compongono:

     

    Allarme: una chiamata dal 118 richiede di intervenire per un accaduto particolarmente grave. Il soccorritore subisce inizialmente uno stato di stordimento, ansia, irritabilità, irrequietezza, accompagnato da determinate reazioni fisiche (aumento frequenza cardiaca, aumento della pressione arteriosa, difficoltà respiratoria) e può avvertire un senso di disorientamento.

    Mobilitazione: fase preparatoria, il soccorritore recupera l’autocontrollo e si prepara per intervenire.

    Azione: inizio dell’intervento, caratterizzato da un mix di emozioni contrastanti come euforia, delusione, inettitudine, senso di colpa, infelicità, rabbia. A livello fisico il soccorritore vive l’aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa e della frequenza respiratoria, avverte nausea e aumentata sudorazione, può presentare difficoltà di memoria, può sentirsi disorientato e in confusione.

    “Rilascio della tensione”: avviene tra la fine dell’intervento e il ritorno alla vita quotidiana del soccorritore. Qui le emozioni, represse durante l’azione, riemergono negli aspetti di tutti i giorni.

     

    I soccorritori di norma reagiscono abbastanza bene queste situazioni, qualche volta però può nascere un disturbo post-intervento traumatico da stress che porta il soccorritore a rivivere l’evento in modi diversi:

    • Ricordi negativi
    • Sogni spiacevoli
    • Impressione di rivivere nuovamente un evento

     

    Vi sono varie modalità per ridurre l’impatto emotivo dei vari interventi traumatici sui soccorritori.

    Il de briefing, ad esempio, sarebbe un’ottima tecnica che la squadra d’emergenza dovrebbe utilizzare dopo un qualsiasi intervento particolarmente critico. Questa pratica aiuta il gruppo a ritornare alla normale vita quotidiana rendendo stabili le emozioni, normalizzando l’esperienza stessa e fortificando il rapporto all’interno del team.

    Di solito il de briefing si dovrebbe svolgere tra le 24 e 96 ore dopo l’intervento e dovrebbero essere affrontati in progressione fatti, pensieri, emozioni, sensazioni e sintomi per comprendere meglio l’accaduto. Nel gruppo le persone possono confrontarsi, condividere le difficoltà, trovare e attuare durante il soccorso nuove tecniche: le capacità dei singoli possono emergere solo grazie ad un’approfondita conoscenza del team.

    Inoltre, se i membri di un team di soccorso condividessero e imparassero a conoscere i propri pensieri e le proprie idee nati dagli interventi, sicuramente si accrescerebbe la qualità dei servizi futuri.

     

    Create Website with flazio.com | Free and Easy Website Builder